Intervista a Kiki Picasso, l’artista comunitario.

Kiki Picasso, nato Christian Chapiron (classe 1956), è un fumettista, pittore e videografo dell’ambiente underground francese. Alla fine degli anni settanta assieme a Loulou Picasso, Olivia Clavel e Lulu Larsen e con il gruppo di azione artistica Bazooka, di cui è il teorico, venne considerato un cane sciolto e shaker dell’avanguardia.

Bazooka intervenne soprattutto nella stampa con le illustrazioni, fumetti, clip e copertine di dischi con mezzi artigianali. Kiki Picasso era in quell’epoca considerato un’artista situazionista e dadaista. Prese parte al giornale “Liberation” fin quando venne licenziato poiché il suo pensiero non era allineato alla linea editoriale del giornale. Quest’epoca si decifra nell’effervescenza dell’era dell’immagine e della comunicazione, l’esecuzione di “connesso” post-punk e gli inizi della creazione di video. È l’era delle prime radio libere, degli attivisti e degli anticonformisti.

Si presenti al pubblico italiano. Chi è Kiki Picasso?

Chi sono? Dunque io sono un pittore, un fumettista e nello stesso tempo mi occupo di disegni animati da molto tempo grazie ai primi computer che permettevano di farlo e questo mi ha portato a curiosare nel mondo dei video di cui ultimamente mi occupo tantissimo utilizzando particolari decorazioni che rispecchiano la mia arte. C’era un’epoca in cui mi firmavo “Kiki Picasso tutto prima dell’arte che voleva significare che ero pronto a tutto ma pronto al nulla. Mi fa sorridere mio figlio Kim (Kim Chapiron, acclamato regista francese e co-fondatore del collettivo Kourtrajmé assieme a Romain Gavras, quest’ultimo figlio del regista greco-franco Costa Gavras) quando cerca artisticamente di adattarsi alle mie opere personali.

Cos’era Bazooka?

Eravamo degli studenti, eravamo giovanissimi, tutti sotto i vent’anni. In quei anni pazzeschi eravamo innamorati e appassionati, tutti, dei fumetti, il Comics americano con Robert Crumb, Richard Vance Corben e tutta questa valanga di fumettisti che influì tantissimo sul nostro modo di vivere e percepire l’arte ma anche il tempo che stavamo vivendo. Scoprimmo le droghe, il sesso, la violenza. Tutti i giovani vivevano quel periodo come una totale liberazione e la cosa non riguardava più solo una classe elitaria ma tutti in maniera globale.  Mi devo onestare che io ho amato quegli anni e me ne sono approfittato di tutto quello che accadeva e lì conobbi dei compagni, studenti anche essi, e decidemmo di fondare Bazooka, un giornale di cui mi sono appassionato perché potevo liberare il mio desiderio di creare arte, insomma Bazooka era soprattutto un concetto che riprendeva i valori che quell’epoca partorì e finalmente vedemmo in esso una possibilità.

Si narra che in quegli anni si mise nei guai sia con l’estrema sinistra e sia con l’estrema destra.

Dunque noi ci ritrovavamo nei giornali tipo “Liberation” il quale era in quell’epoca libertario, anticonformista e autogestito e naturalmente lo difendevamo. Per tornare alla domanda posso dire che io, come altri artisti, cominciammo a fare dei fumetti che venivano considerati una provocazione e questo ci portò ad avere dei problemi perché la gente non comprendeva il nostro messaggio, non avevamo una collocazione esatta ma dovevamo fare il nostro lavoro ed esprimerci senza i condizionamenti politici nonostante le conseguenze che la nostra posizione avrebbe potuto comportare. Tuttavia posso oggi considerare quegli anni un periodo di passaggio.

A proposito di provocazione, all’arte, secondo lei, bisogna concedere tutto? La provocazione è un diritto dell’artista? Cosa pensa dei fatti di Charlie Hebdo?

Con i fatti di Charlie Hebdo si è appurato di quanto la gente sia sensibile e questo non necessariamente è un male ma qui stiamo giocando su altri livelli e sto parlando della manipolazione della sensibilità e della coscienza collettiva e questo ci porta a fare molta attenzione almeno per quanto mi riguarda poiché la società vive una fragilità emotiva che ha destabilizzato i rapporti in ogni comunità.

Si evince dal suo pensiero un allineamento concreto al pensiero di Bauman quando definì la società in uno stato emotivo “liquido”. Quindi può affermare oggi che i fatti di Charlie Hebdo stanno condizionando la sua arte?

Non è esatto dire questo. Io ho cominciato a fare attenzione molto tempo prima. Sottolineo molto tempo prima.

Dunque abbiamo raggiunto il limite, le famose colonne di Ercole. Cosa pensi ci sia dopo?

Non so se è il caso di parlare di limiti ma questi fatti sicuramente mi hanno portato a riflettere su ciò che la mia arte provoca nelle persone quindi una risposta violenta. Le azioni e movimenti artistici a volte divengono atti per smarrirsi e si aspetta che l’artista divenga in qualche maniera un sorta di martire per perorare la sua causa e trovo che questo sia un limite e cioè che il piacere di creare, che a volte giustamente può anche far paura, diventi il motivo irragionevole di uccidere e di mettere alla gogna la libertà del prossimo.

Lei era amico con alcuni dei fumettisti, collaboratori di Charlie Hebdo?

Certo. Wolinski è stato uno dei primi ad avermi pubblicato. Poi Cabu e Charb, È tremendo. Terrificante. La morte.

Possiamo dire che oltre le colonne di Ercole forse non ci sia spazio per la libertà dell’individuo o del prossimo. In Italia Giulietto Chiesa ha messo in discussione la veridicità dei fatti accaduti a Charlie Hebdo sostenendo che potrebbero essere solo propaganda e che quella tragedia potrebbe avere una versione che al pubblico viene oscurata.

Ma io non credo a questo. Non credo a questo pensiero complottista e se così fosse deve essere dimostrato. Lo so che la gente cerca una illuminante risposta ma dobbiamo attenerci ai fatti.

La sua arte, molto provocatoria, si esprime in colori eccentrici che spesso violano la vista. Cosa la ispira?

Trovo l’ispirazione grazie alle persone con le quali lavoro e collaboro ed è per questo che non ho mai voluto fare esposizioni sia che fossero individuali piuttosto che collettive. Ho bisogno di essere motivato sicuramente dall’ambiente. Quindi il mio lavoro è al servizio di un gruppo già costituito come la collaborazione con i giornali a cui integro le mie immagini oppure per delle organizzazioni politiche per le quali preparo la cartellonistica oppure per i film di propaganda. Io vengo illuminato dall’eccitazione di queste persone.

Parliamo del Cirque Electrique. Sono tre anni che lei prende parte a questo movimento artistico che viaggia ormai tutta la Francia. Il Cirque Electrique si differenzia dagli altri in quanto non rispecchia l’immagine tradizionale che noi abbiamo del circo. Oggi addirittura lei fa il presentatore. Perché questa scelta? Cosa è il Cirque electrique e chi sono i suoi personaggi?

È un progetto autogestito con una logica libertaria, sperimentale dove storie e persone si incontrano. Anche la questione della sicurezza viene messo in discussione sul piano artistico. Una provocazione. Ci sono artisti internazionali e riconosciuti che hanno un loro bagaglio personale, una storia e un forte desiderio di mettersi in gioco. Per esempio c’è il Festival di Chalon a cui abbiamo partecipato dove gli artisti si sono esibiti in questo grande giardino e successivamente abbiamo assistito allo spettacolo dei giocolieri di fuoco e in seguito abbiamo concluso con la musica che ha fatto da sfondo alla magnifica cornice in questa meravigliosa cittadina quale è Chalon.

Il circo come paradigma della società. Il circo è la “mise en scene” dell’arte.

Ma certamente. Se pensiamo al teatro e al fatto che l’artista possa prendersi giogo del pubblico e come risposta otteniamo solo il sorriso e quindi l’assenza di presa di posizione certo che possiamo parlare di un paradigma.

Cosa pensi dell’arte oggi?

Dunque lo stato dell’arte oggi cosa dire? Interessi delle gallerie dei musei, poca spontaneità. A me annoia.

Oltre i musei e le gallerie rimane la realtà underground.

Dove io mi trovo. Mi piace la logica del confronto e trovo questo geniale nel Cirque Electrique.

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I giovani di oggi sono condizionati da diversi punti di riferimento. Mi viene in mente Londra nel 1990 quando divenne il centro culturale europeo. Lo stesso oggi accade a Berlino. Pensi che siano i giovani a condizionare o siano essi condizionati dalle politiche per la massa.

Non conosco bene Berlino però posso parlare di fusione di Festival infatti il Cirque Electrique è stato invitato a quattro di questi eventi. Poi per quanto riguarda le politiche di massa certamente sia l’estrema destra che quella sinistra hanno a loro modo finanziato delle realtà culturali. Per esempio in Germania l’estrema sinistra condiziona maggiormente poiché strutturata da più di vent’anni. A me piace la fusione, l’incontro, la musica da quella elettronica al rap e trovo questo caos, dove partecipano in settantamila persone, geniale e d’ispirazione.

Oggi, quali sono gli artisti francesi che trova interessanti?

Gli artisti che io amo di base sono i miei amici. Per esempio amo tantissimo il mio amico Tanino Liberatore, piuttosto amo l’arte del mio amico Loulou il quale fa parte del collettivo Bazooka e con il quale ho lavorato molto.

La scena politica condiziona l’arte quindi gli artisti?

In qualche maniera io amo mettere la mia arte al servizio di una causa e la causa politica è sempre quella portante. Purtroppo oggi molti fanno politica senza appassionarsi al senso profondo di essa oppure altri che prendono il lavoro con leggerezza come un qualsiasi cittadino che va in ufficio, sbriga i suoi impegni e se torna a casa incurante della sua posizione. Ciò non può accadere per esempio con gli acrobati del Cirque Electrique a cui prendo parte. Gli artisti si preparano ogni volta che vanno in scena che sia l’esibizione in mattinata piuttosto la sera la prestazione deve essere all’altezza dell’aspettativa del pubblico. Ecco non accade questo, come spesso notiamo, nella scena politica ma nonostante ciò gli eventi che si susseguono li trovo illuminanti come la religione.

Lei è credente?

Non sono credente ma lavoro per delle organizzazioni politiche molto precise di cui non condivido totalmente le convinzioni.

Trovo che la scena politica internazionale di oggi rispecchi molto i colori della sua arte quindi violenta. A proposito della violenza, cosa pensa della legalizzazione delle droghe?

Io sono completamente a favore della legalizzazione delle droghe. Trovo che la legalizzazione possa uccidere finalmente il traffico illegale e forse questo sarebbe un modo anche per responsabilizzare ognuno di noi. Ognuno si prenda la responsabilità delle proprie scelte e credo che le persone non siano stupide anzi i fatti ci dimostrano che sono sensibili.

Lei crede in questo?

Ma certamente. Talvolta perdersi è una strada per trovarsi e questo può avvenire per quanto riguarda le droghe piuttosto che la religione.

L’emigrazione. Cosa pensa del fatto che il suo paese, la Francia, abbia negato il passaggio per entrare nei confini francesi agli immigrati che provenivano da Lampedusa. In Italia abbiamo l’impressione di essere abbandonati, nessuno ci viene in aiuto che si tratti della Francia piuttosto della Germania o la Comunità Europea. L’emigrazione è una possibilità per tutti oppure un problema di cui lavarsi le mani come i governanti dei nostri paesi fanno?

Io affermerei adesso un pensiero forse utopico e cioè vorrei che la gente comprendesse che i nazionalismi, le frontiere rientrano oggi in una logica contradditoria e anche stupidotta. Ci accusano a noi fumettisti e pittori di essere pericolosi ma io trovo pericolosi coloro che si ostinano a disegnare e a rafforzare con la logica l’idea del confine.

Ma i confini sono stati dipinti con il sangue dei martiri qualcuno le potrebbe rispondere.

Lo accetto, ma che senso avrebbe oggi parlare di patriottismo?!

Crede nell’Europa?

Credo nell’Europa culturale ma non quella economica. Comunque io amo l’idea della comunità per cui sono pro-comunitario. Amo ancora di più il folklore.

Cosa pensa della situazione che vive la Grecia?

Trovo che sia una tragedia di per sé ma io filtro tutto come se fosse uno spettacolo, cruento ma sempre uno show. Pensiamo alle immagini che ci vengono addosso ecco io trovo che questo bombardamento visivo viene subito dimenticato dal pubblico perché lo stomaco della massa è assuefatto e dunque sempre bisognosa di altre immagini che sostituiscano in gravità la precedente esperienza visiva.

Possiamo definirlo Le Cirque Mediatique.

Esattamente. Noi non viviamo il dolore del giovane di vent’anni che ha attraversato su un barcone il Mar Mediterraneo ma percepiamo solo per un attimo attraverso l’immagine de-umanizzata la sua condizione ma subito dopo ce ne dimentichiamo proprio perché le immagini sono in divenire e quindi siamo assenteisti rispetto la pietas che dovremmo provare verso il prossimo.

L’ultima domanda. Se lei potesse scegliere un colore per dipingere lo stato d’animo dell’epoca in cu viviamo, quale sceglierebbe?

Blu.

di Anita Likmeta su YOU-ng