La mia intervista integrale per Gazeta DITA.

Anita Likmeta, Milano 2010. Anita Likmeta, Milano 2010.

Intervista di Entela Resuli su Gazeta DITA

La mia intervista su Gazeta Dita
La mia intervista su Gazeta Dita

Anita, dove sei nata e quando?

Sono nata a Durazzo l’8 novembre 1985. 

Come è stata la tua infanzia, che ricordi hai?

Come vi dicevo, sono nata a Durazzo, ma da subito i miei genitori mi hanno mandata dai nonni a  Rrubjekë, un piccolo paese dell’entroterra albanese, i quali mi hanno cresciuta per 11 anni.

Che ricordo hai della tua partenza per l’Italia?

È stato un giorno particolare, un pomeriggio di fine maggio. Mia madre mi venne a prendere dai nonni. Come ho scritto nel mio articolo sul giornale italiano “Il Fatto Quotidiano”, la cosa che mi porto nel cuore di quel giorno, furono le parole di mio nonno, il quale nel sentire la mia frase “Nonno, me ne vado. Vado in Italia”, mi fece una carezza e mi disse “Brava, diventa una brava bambina italiana.” Lo abbracciai, senza sapere in quel momento che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui lo avrei visto.

Chi c’era con te?

Arrivata a Durazzo, ci preparammo alla partenza. Ero con mia madre, mia sorella e mio fratello, e insieme ci imbarcammo in direzione di Bari. Quel giorno, al porto di Durazzo, c’era un gran caos. Anarchia totale. Ricordo la paura che avevamo tutti. Ricordo che spesso parlavamo di quel gommone che era partito alla volta di Otranto, dove oltre 100 connazionali avevano trovato la morte durante la traversata nel Canale di Otranto. Insomma, con i cuori stretti in un pugno, ci affidammo tutti alla sorte.

Come sono stati gli anni da emigrante?

Io, Durazzo 1987.
Io, Durazzo 1987.

I primi anni in Italia sono stati molto difficili. La mia fortuna è stata che mia madre era in regola con i documenti. Lei, insieme a mia sorella di 4 anni e mio fratellino, che allora aveva soltanto 9 mesi, partì con la prima nave del 1991. Quindi aveva avuto modo di conoscere l’Italia e di inserirsi lavorativamente. Faceva e tuttora fa la sarta. Per me è stato molto difficile l’inserimento a scuola in Italia. Ero sbalordita nel vedere la differenza di trattamento che i docenti avevano nei confronti degli allievi. In Italia, l’alunno ha sempre ragione, mentre in quell’Albania, dove ero cresciuta io, la ragione era solo del maestro, il quale spesso si sfogava picchiandoci duramente, e spesso aveva torto. La mia scuola albanese era così articolata: la prima, la quinta, la sesta e l’ottava elementare, prendevano le lezioni la mattina, mentre la seconda, la terza e la quarta prendevano lezioni il pomeriggio. Credo che fosse composta così perché non c’erano abbastanza classi per soddisfare tutti. Io ero la comandante di tutte le classi del pomeriggio. 

Ricordo un giorno in particolare.

“Shkolla ga-ti-tu! Komandantët e klasave të marrin nxënësit brenda.”

In fila indiana tutti si avviarono in un silenzio reverenziale.

Poi entrò lui, il maestro. Ricordo che aveva le mani tozze, era appena rientrato da Tirana; a noi alunni ci avevano detto che lui andava spesso nella Capitale, perché lavorava in politica. Non so per certo se era la verità (o solo un modo per darsi un tono), ma quell’uomo ci faceva paura, a tutti. 

Noi studenti albanesi, più o meno, siamo passati tutti sotto le mani unte di quel maestro, ma quello che ne ha sofferto di più fu Ceni, un ragazzo ribelle ma nello stesso tempo fragile. Quel giorno era la mia ora. Il maestro mi chiese di distribuire i compiti in classe. Composta, mi alzai e diedi il compito con il voto ai miei amici. Quando mi avvicinai alla mia compagna di banco, vidi che aveva preso un 5 meno, anche se non aveva fatto neppure un errore. Allora mi avvicinai alla cattedra e chiesi al maestro spiegazioni, spiegazioni che conoscevamo tutti; la mia amica era povera e non sempre aveva vestiti puliti e quindi veniva denigrata. Lui si ritrasse, era disturbato e con la faccia stanca. Mi chiese di sedermi al mio banco, e che il mio compito era finito. Ma io non volli mollare. Gli chiesi di cambiarle il voto, altrimenti avrei strappato il registro di classe. Lui sorrise. Io tremavo. Ci fissammo per qualche istante, e comprendendo che lui non avrebbe cambiato posizione, presi fiato e lo sfidai strappando il foglio. Uno schiaffo potente arrivò dritto in faccia, e mi fece cadere all’indietro. Dalla paura mi pisciai addosso. Il fiocco rosso che avevo tra i capelli, volò contro il muro. Lui si alzò dalla cattedra, e mi trascinò in quel corridoio buio per poi prendermi a pestarmi senza pietà. Urlai con tutte le forze, ma nessuno mi soccorse. Silenzio. 

“Sei una parassita” disse. 

“Bolscevico!” gli urlai contro. 

Quel giorno tornai a casa piena di lividi, e il sangue che mi usciva dal naso.

Spesso nelle mie notti più buie, mi torna in mente quell’episodio; quell’uomo di cui ricordo ancora il nome. Allora insegnava alla scuola elementare di Rrubjekë. Si chiamava Abdyl Zeza. Spero davvero che non ci siano più persone così nelle scuole albanesi, come in quelle di tutto il mondo. 

Nel frattempo hai fatto le scuole in Italia, che percorso di studi hai scelto?

Azzurra Primavera, Roma 2007.
Azzurra Primavera, Roma 2007.

Ho finito le scuole medie in un piccolo paese, Cepagatti, in provincia di Pescara, e mi sono iscritta al Liceo Classico. Successivamente scelsi di intraprendere la strada accademica, e venni presa all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma “Corrado Pani”, dove mi sono specializzata in drammaturgia e regia teatrale. 

Successivamente, dopo gli studi, mi presi un anno libero per capire cosa avrei dovuto fare della mia vita, e mi misi a lavorare; facevo la cameriera in un ristorante in Via dell’Anima, vicino a Piazza Navona a Roma, la cui proprietaria era albanese. Mi resi subito conto che il mondo del cinema e del teatro in Italia, era una realtà troppo compromessa per me. Qui, per accedere al sistema dello spettacolo, devi fare provini “speciali” per cui io non ero e non sono mai stata disposta a scendere a compromessi. Ho sempre avuto la sensazione che una donna che viene da realtà di sofferenza, da un paese in smobilitazione, che ha subito atrocità di ogni tipo, è una donna che può essere facilmente succube, che si può addomesticare, magari anche soltanto con la commiserazione. Se poi una donna compiace il desiderio di certi uomini, può essere vista inconsapevolmente, in certi casi, come un trofeo di caccia in una società ancora a trazione “testosteronica”. In tutto questo c’è un “ma” dovuto all’intelligenza che una donna può avere, e questo può spiazzare e rendere furioso il misericordioso ominide di turno. 

Così nel 2009 mi iscrissi alla Facoltà di Lettere e Filosofia specializzandomi in Scienze Storiche (Storia medievale, moderna e contemporanea), e diedi la tesi “Albania – Italia 1922/1943” discussa con il Prof. Emerito in Relazioni Internazionali, Giancarlo Giordano. Poi da lì la mia vita cambiò. 

Perché hai scelto questa facoltà?

L’indirizzo in Storia e Filosofia non fu casuale, ovviamente. Della prima ne avevo bisogno per capire le mie radici ma soprattutto per comprendere chi fossi, della seconda, Filosofia, mi servivo per dare la giusta interpretazione ai fatti che avevo vissuto; e poi ho fatto il liceo classico, per cui avevo una buona base, grazie alla conoscenza della lingua latina e greco antico. 

Adesso di cosa ti occupi?

Io, Milano 2010.
Io, Milano 2010.

Ho scritto per testate giornalistiche importanti in Italia, come Il Fatto Quotidiano, con Marco Travaglio, che nel 2013 era il vicedirettore e oggi direttore, piuttosto che al The Huffington Post di Lucia Annunziata, o per la pagina culturale de Il Giornale, il quotidiano fondato da Indro Montanelli. Ho scelto personalmente di rendermi indipendente, e così alla fine ho aperto un mio Blog che onestamente non credevo che in così poco tempo avrebbe riscosso così tanto consenso nell’opinione pubblica italiana e albanese. Penso che il mondo dell’editoria stia cambiando faccia, e per questo che ho scelto di mettermi nella posizione più comoda, di dire ciò che voglio diventando io stessa l’editore. E la cosa funziona. La gente legge e si avvicina. Il mio blog non è supportato da nessun finanziamento privato, né in forma pubblicitaria e né in forma di contributo economico, e questa è la mia linea editoriale e di pensiero che voglio seguire nel tempo per non condizionare mai la mia libertà di espressione. 

Sei anche inserita nei media italiani, scrivi puntualmente per The Huffington Post, di quale tematica vi occupate maggiormente?

Io mi occupo di geopolitica internazionale e di politiche d’immigrazione e d’integrazione. Scrivo di storie come quella del piccolo Aylan, Adnan il ragazzo scappato dal Kashmir, ecc., e poi ho avuto l’onore di intervistare nomi come il geopolitico di fama mondiale Parag Khanna o l’autore televisivo ed esperto di comunicazione Carlo Freccero, ecc.

Quanto è presente l’Albania nei tuoi scritti?

Beh, mettiamo una cosa in chiaro: io parlo molto dell’Albania e anzi, l’anno prossimo uscirà un mio saggio storico che tratta del periodo pre Hoxha, mentre tra la fine del 2017 e inizi 2018, uscirà il mio primo romanzo che sarà pubblicato da un grande editore di cui per ora non posso fare il nome; sarà ambientato in parte in Albania. Dunque, come dicevo l’Albania è un Paese molto particolare, e la sua storia può essere da monito per comprendere le verità dinamiche che ci vengono trasmesse dalle segreterie di Stato dei vari Paesi Europei. L’empasse politica in cui l’Europa versa a causa del fattore immigrazione, può trovare un’interpretazione con i fatti accaduti negli anni ’90 in Albania. Ciò che sta accadendo oggi nel mondo, non è altro che una ripresentazione dello scenario di quel periodo. In quegli anni l’Europa, o per meglio dire l’Italia, aveva assaggiato in piccola parte una realtà, l’immigrazione di massa, che oggi, possiamo dire stia cambiando la faccia del mondo. Io credo che questo, ancora oggi, non è altro che la punta dell’iceberg rispetto ai scenari che ci si presenteranno in futuro. 

Hai mai pensato di fare ritorno e vivere in Albania?

Onestamente non ci ho mai pensato seriamente, ma non lo escludo neanche a priori. Oggi vivo a Londra con mio marito, e per ora faccio un po’ avanti indietro per motivi di lavoro.

Secondo te, quali sono i lati positivi e negativi dell’Albania?

Dunque, l’Albania ha una posizione strategica per le politiche internazionali. Lo aveva durante la seconda guerra mondiale e ce l’ha tutt’oggi. L’area geografica vulnerabile fa sì che i riflettori siano sempre accesi su questa parte dei Balcani, un po’ per la situazione irrisolta che c’è nel Kosovo e un po’ perché la realtà multi-religiosa che ha da sempre caratterizzato l’Albania, e di cui dobbiamo essere invece orgogliosi, viene vista da certi ambienti destrorsi in Europa, come un elemento di fragilità, e quindi instabilità. 

Molti giovani vogliono espatriare dall’Albania, cercano una vita migliore all’estero, cosa ne pensi di questo desiderio?

Questa è una realtà che viviamo anche in Italia, mi rallegra, se così posso dire, constatare che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Siamo un po’ tutti esterofili. Ci sono due tipi di emigrazione giovanile: i giovani professionisti che si vedono costretti a partire perché si sentono ignorati e umiliati da politiche che non avvalorano il loro talenti, e giovani non specializzati che vedono nell’emigrazione l’unica chance per tentare la sorte e trovare una vita migliore altrove. 

Nel frattempo abbiamo letto l’intervista/incontro tra te e Bujar Lako, come e perché l’hai fatto?

Bujar Lako
Bujar Lako

Le cose andarono così: nel 2012 vivevo in Francia, avevo finito di scrivere la mia sceneggiatura; così avevo iniziato a pensare alla parte più difficile: trovare i fondi per realizzarlo. Un mio caro amico, pianista e compositore molto amato in Italia, Ekland Hasa, mi telefonò chiedendomi se poteva girare la mia sceneggiatura via mail a Bujar. Ovviamente accettai. Devo essere onesta: io non avevo idea della fama che Bujo godeva in Albania, ero troppo piccola quando sono partita per cui quando lui mi telefonò ero felice, ma non lo vivevo come una fan. Quindi l’incontro fu davvero naturale. Avevo di fronte un uomo che non si comportava come una star, anche se di fatto lo era. Bujo era una persona riservata, educata, sapeva ascoltare il prossimo, ed era sempre garbato con tutti. 

L’hai definito con il termine di “papà”, perché? 

Dunque, ricordo che il primo giorno in cui ci incontrammo, successe un fatto particolare; passeggiando per Tirana, spesso capitava di vedere per strada mendicanti. Ma fu una ragazza, con un bambino di pochi mesi in grembo, che attirò la mia attenzione. La donna si avventò cercando la mano di Bujo per chiedergli soldi, ma la risposta di lui fu secca: “Mi dispiace, ma non alimenterò la tua schiavitù.” e lì compresi che ero di fronte ad un uomo speciale, perché Bujo per me quel giorno fece la differenza, con i fatti, dando quella risposta. 

Cosa è successo con il tuo padre biologico, il padre che non hai mai avuto?

I miei genitori hanno divorziato, non sono cresciuta con loro per i primi 11 anni della mia vita. Poi mia madre rientrò in Albania, ebbe il divorzio, e fece ricongiungimento familiare. Così portò anche a me in Italia. 

Quali sono i tuoi legami con l’Albania e gli albanesi? 

Come ho scritto nell’articolo/intervista che avete letto, dopo essere partita nel 1997, feci ritorno in Albania soltanto nel 2012, ma oggi spero di poter tornare di nuovo. In ogni caso il rapporto con gli albanesi è buono: qui a Londra ne ho conosciuti alcuni in ambito delle start-up, come un ragazzo albanese cresciuto in Italia, fidanzato con una ragazza turca che oggi vive qui a Londra. Poi ci sono gli altri che mi seguono sui vari social, sono davvero meravigliosi: mi sostengono, e la cosa che ancora oggi più mi colpisce, almeno dal punto di vista antropologico, è la capacità dei nuovi media di raccogliere tutti i i protagonisti della nostra diaspora per poi unirli nello stesso tavolo. Quando parlo del fattore antropologico, mi riferisco anche alle possibilità che si hanno, grazie ai new media (vedi social come Facebook, Twitter, Instagram, Linkedin, oppure i blog),  di tracciare una linea sui percorsi, il livello intellettuale, il pensiero politico ma soprattutto lo studio filologico di questi albanesi ormai cittadini del mondo, di cui sento di fare parte anch’io, i quali hanno un linguaggio ibrido, misto con le nuove lingue che hanno imparato. Personalmente, questa forma di metalingua, la trovo molto affascinante. 

Vediamo che ti piace la fotografia, oppure no? 

Gioacchino Cantone, Sofia 2010.
Gioacchino Cantone, Sofia 2010.

Secondo me questa domanda potrebbe nascondere qualche sottotesto, per cui cercherò di darle una risposta clinica: mi piace molto la fotografia, almeno quanto mi piace farmi fotografare. Per anni mi sono nascosta dietro enormi pantaloni, oppure mi tingevo i capelli di nero perché volevo evitare di ricevere attenzioni che potevano in qualche modo rivelarsi spiacevoli, specialmente quando sei molto giovane. Ho sempre pensato, nel passato, che se volevo essere presa sul serio dovevo vestirmi da comunista affranta; ho tentato di camuffarmi, ma non ha funzionato molto, forse per il colore degli occhi o comunque non lo so. Sta di fatto che per me entrare nei circoli letterari italiani e francesi era quasi impossibile: mi sentivo emarginata, sentivo che non mi volevano li, e a me, in fondo, stava bene così. Poi un giorno ho smesso di voler essere un’altra, e ho cominciato ad essere Anita Likmeta: nel pensiero, nei fatti, nel corpo. 

Quale è la tua famiglia, Anita?

Dunque le mie origini sono complesse da spiegare; io sono ebrea da parte materna, e mussulmana da parte paterna, anche se personalmente ho scelto di essere cristiana. Eccetto mio padre, con il quale non ho rapporti, il resto della mia famiglia vive a Milano. Lui vive a Durazzo, anche se la provenienza della sua famiglia è di Ishëm; tra l’altro penso che il mio cognome non vi è sconosciuto, soprattutto se dico il nome del noto pittore Ibrahim Kodra Likmeta, che era mio zio di secondo grado. Ma comunque oggi la mia famiglia, quella che mi sono scelta, siamo io e mio marito, Jacopo Paoletti, che è un imprenditore italiano. 

Cosa ti colpisce ogni volta che rientri in Albania? 

Sono due le cose che mi colpiscono: sentir inneggiare reminiscenze totalitarie di ogni forma e colore, che sia il comunismo di Hoxha o il fascismo di Mussolini. Pare che molte persone non abbiano capito che le dittature siano tutte sbagliate, a prescindere dalla parte da cui provengano. Mentre la seconda invece, un po’ più intima, è il ragliare del mio asino, quello con cui da bambina andavo a prendere l’acqua al pozzo nella campagna albanese con mio nonno, il quale mi sussurra sempre una frase: “non dimenticare da dove vieni.”