L’Albania tra turbocapitalismo e terremoti.

Sulla costa orientale dell’Europa, a sud dei Balcani, per la precisione nella città di Durazzo, c’è una lunghissima teoria di case, una appiccicata all’altra che si estende per decine di chilometri. Per chi l’ha visitata negli ultimi anni, la città che si allunga in verticale con arti informi, rimembra la selvaggia Rimini del dopoguerra. Interi villaggi e paesi che si uniscono al lembo della città di Durazzo, come un lenzuolo unico esposto su un grande balcone che si affaccia sull’Adriatico, mare nostrum. Nostro degli albanesi, nostro degli italiani.

Durazzo venne fondata nel 627 a.C da colonizzatori corinzi e corciresi con il nome di Epidamno (Ἐπίδαμνος), ma furono i romani, successivamente alle guerre illiriche, a ribattezzarla in Dyrrhachion (Δυρράχιον), poiché, si narra, il vecchio nome fosse di mal auspicio in quanto evocava la parola “damnum” che significa perdita e svantaggio. Ma la città di Durazzo poggia le sue fondamenta su un territorio alluvionale dalla scogliera vulnerabile, ed è proprio questa la vera traduzione di Epidamno e/o Dyrrachion (δυσ-cattiva, ῥαχία – scogliera).

Nel V secolo la città venne colpita da un violentissimo terremoto che causò importanti danni ma l’imperatore di Bisanzio Anastasio I, costruì un ippodromo e una possente cinta muraria, alta 12 metri, per proteggere la cittadina. Come riporta lo storico bizantino Giorgio Pachimere, nel 1273, la città venne colpita nuovamente da un feroce sisma, ma la muraglia, che nel tempo era stata ridotta a 6 metri, contenne i danni permettendo a Dyrrachion una rapida ripresa sotto l’aspetto economico e questo grazie anche al Regno di Carlo d’Angio’ che fece di Dyrrachion il più grande centro commerciale per la produzione e lo smistamento del sale.

Ma fu il terremoto del 1926 che danneggiò la città in maniera significativa, tale da permettere successivamente una ricostruzione dal taglio più moderno, che è quella che conosciamo oggi.

Il 26 novembre 2019 Durazzo sopravvive ad un ennesimo terremoto di magnitudo 6.5, che ha causato la morte di 15 cittadini e oltre 600 feriti. Ma le cifre sono inesatte, destinate a crescere nelle prossime ore e nei prossimi giorni.

Dopo la seconda guerra mondiale, sotto il regime hoxhaista, venne realizzata l’autostrada che collega Durazzo a Tirana, ma dobbiamo arrivare agli anni 90, per l’esattezza nel 1998, perché l’Albania conosca il suo risveglio edilizio. In questi ultimi 20 anni i lavori svolti per la ricostruzione del Paese sono stati ingenti, un po’ come per l’Italia del dopoguerra. Neppure le piramidi finanziarie del 1996 sono riuscite a demotivare gli albanesi. Ma oggi, abbiamo capito bene anche noi il vero senso del capitalismo, anzi di questo turbocapitalismo, che in Albania ha edificato le sue radici su un fondale instabile. Lo sanno bene gli albanesi che il territorio che si affaccia sul Mar Adriatico si appoggia su una fragilità idro-geologica che nel corso dei secoli ha turbato la città a più riprese.

Come avvengono gli appalti? Che ruolo ha il governo albanese in merito a questo scempio? Qual è la gestazione degli introiti economici che puntualmente volano su Tirana per poi disperdersi in un mare di carta, passando di mano in mano. Le domande sono tante e spinose, ma in Albania funziona così: se tu hai i soldi, paghi e chiedi il condono edilizio. Paghi e sei in regola, paghi e il territorio è edificabile. Una marea di carta che regolamenta il piano edilizio. Insomma, cose che neppure gli oligarchi del 433 a.C, che uccidendo i dissidenti di Dyrrachion e aiutando i corciresi, causarono la prima guerra della Storia antica, conosciuta meglio come la guerra del Peloponneso.

Eppure questo territorio fangoso, qual è l’Albania, cerca aiuto, e non può ribellarsi alla dittatura burocratica, al clientelismo, all’ignoranza che imperversa, al silenzio dei pochi a favore dei molti. Avete capito bene, sono molti, perché funziona così questo capitalismo, ti lega a una ragione per cui tu singolo hai qualcosa da guadagnare quando invece è la comunità a perdere. Perdiamo il limite nell’autodefinirci un popolo, nella sua tradizione, nella sua cultura, nell’anima. L’Albania di queste ore non c’e l’ha più. Esseri alogòi che non possono permettersi di sottrarsi al giogo a cui si sono legati. Briciole di umanità verranno sparse in queste ore, ma domani è un altro giorno e tutto verrà dimenticato per una tragedia che sembrerà più grande, che è la tragedia che siamo noi.